Febbraio
2002
IL
CARNEVALE DI OROTELLI
"THURPOS"
Usanze
orotellesi per il Carnevale. Siamo già a Carnevale e tanti bambini e ragazzi,
ogni
domenica, si mascherano. A Orotelli, c'è una maschera che non c'è in altri paesi:
coloro che la mettono si c
hiamano
"sos thurpos". Essi indossano "su gabbanu", hanno i pantaloni
"a s'isporta", di velluto, e una giacca, pure di velluto. Hanno i gambali
e gli scarponi di suola cruda: sotto gli scarponi hanno "sas bullittas"
che sono dei chiodi grossi messi per non consumare la gomma, che, però, durante
il movimento, fanno molto rumore. A tracolla "sos thurpos" hanno una
cinta di pelle con, attaccati, dei campanacci. In faccia hanno "su tintieddu",
per scacciare, si dice, gli spiriti maligni. "Sos thurpos" escono di
casa a tre a tre, due avanti e uno dietro: quelli davanti fanno da buoi e quello
di dietro è il contadino. Per il Carnevale le donne preparano le "sevade" col
formaggio fresco. Si impasta la farina, la si lavora bene col matterello, si
fa la sfoglia e, in mezzo, si mette il formaggio. Poi, si friggono con l'olio.
Si preparano anche "sas orulettes", "sas càttasa"
e "sas casadinasa". 
"Sos
Thurpos" sono anzitutto delle maschere uniche nel panorama carnevalesco
isolano in quanto a differenza de "sos mammuthones" e "de sos issocadores"
non dovrebbero rappresentare la violenza della soprafazione del forte sul debole,
del vincitore sul vinto, del padrone sul servo, ma l'ambivalenza della figura
bue-contadino - "Voe-massaju". La simbologia rituale "de sos thurpos"
dovrebbe esprimere l'interconnessione fra il produttore (su massaju),
che non è in questo caso colui che combina i fattori della produzione come s'intende
nell'economia moderna, ma colui che produce, ed il mezzo di produzione stesso
(sos boes o si jù o sa cropa) - il giogo. In altre parole dovrebbe rappresentare
l'indissolubile rapporto fra "su massaju o voinarzu o juarzu" e "sos
boes o su jù o sacropa", raffigurato da "sos reinacros" - le funi,
cordoni
ombelicali
che legano il contadino al giogo e viceversa. Interdipendenza assoluta, quindi,
in quanto se è vero che "sos boes su jù o sa cropa", ubbidiscono a "su
massaju o voinarzu o juarzu" armato di "foette" o di "puntorzu",
in modo cieco "thurpu", assoluto; è altresì indiscutibile il fatto che
su "Massaju" accudisce,
con
amorevole attenzione "su jù" preparandogli succulente "proendas"
con farina d'orzo o con tenere pale di ficodindia sarda, in quanto rappresenta
nel reale, come unico e indispensabile mezzo di produzione, "sas armas de
sa gherra", la sua stessa sopravvivenza. Questo potrebbe essere spiegato
dal fatto, sia "sos thurpos" legati al giogo "thurpos-jù" che
"sos thurpos voinarzos" hanno la stessa identica tragica maschera: un
gabbano di orbace, nero, col cappuccio calato sugli occhi il viso "thinthieddau"
- coperto di fuligine e, posta a mò di bandoliera, una striscia di pelle
alla quale vengono appesi alcuni campanacci. Assieme, in collaborazione cioè,
"tenene" - catturano "sos iscarazzados" - i non mascherati. A
mio avviso il rito propiziatorio dovrebbe essere espresso proprio da "sa tenta"
- la cattura. "Su massaju e su jù", uniti, nel lavoro dei campi, nella
fatica e nella sofferenza espressa mimicamente con l'atto di "forrare, muliare,
carchidare"
-
battere il terreno con le zampe anteriori, muggire, scalciare, invitando da
bere, mescendo dalla loro "burratza" - borraccia, i presenti, che dovrebbero
rappresentare gli elementi della natura, da accattivare con un gesto di gentilezza.
All'improvviso come "puntos dae sa musica" - punti da una mosca, catturano
"un iscaratzadu", dal quale, nel bar "in su tzilleri" pretendono l'invito
"su cumbidu". "S'iscaratzadu" dovrebbe rappresentare "s'annada
ona" - la buona annata. Questa reagisce, scalcia, si ribella alla cattura e
allora partono bòtte da orbi "iscuden che thurpos", a rappresentare la
lotta quotidiana del
contadino-bue,
con gli elementi avversi della natura. Al termine della lotta "sos thurpos",
fanno fare a "s'iscaratzadu",
assieme a loro, tre o quattro salti in verticale rigida, simile ai passi degli
animali domestici (buoi, cavalli, asini) "travados" o "tropeidos"
- impastoiati. Alcuni sostengono che "sos thurpos" siano un esempio "lampante"
di teatralità ludica e a dimostrazione di questo, invece di rifarsi a fedeli
testimonianze, hanno introdotto ex novo le figure de "sos thurpos-aradu"
e de "su thurpu-seminatore"; che rappresenterebbero comunque, a mio avviso,
qualora fosse vera questa ipotesi una limitata fase del processo produttivo
contadino: l'aratura e la semina. Poiché sono esclusi in questo caso dal rito
"su thurpu-tzapitatore" - il sarchiatore, "su thurpu-messadore"
- il mietitore, "su thurpu-triuladore" - il trebbiatore, mai esistiti
nel rituale, come l prime accennate, direi che è forse azzardato parlare di
teatralità ludica. Parlerei, invece, di teatralità tragica. Almeno che non si
dimostri che nelle società contadine rivesta maggiore importanza l'aratura e
la semina rispetto al raccolto. E' quest'ultimo semmai che rappresenta il risultato
più importante delle fatiche e delle speranze de su "massaju" - del contadino.
IL CARNEVALE A GAVOI
"Suni
harribande sos de su harrasehàre, itte l'amus a dare, itte l'amus a dare a su
harrasehàre…"
"Lardu sartizza e pane…e binu po imbriagare…"
La barbagia è sempre stata
la roccaforte delle tradizioni, è proprio qui che ancora oggi resiste un carnevale
diverso da tutti. Un carnevale che non ha nulla a che vedere con gli altri tipi
di festeggiamenti che avvengono nelle altre parti della Sardegna. Il carnevale
in Barbagia conserva la liturgia drammatica del sacrificio della vittima "Su
Mortu de Harrasehàre" il morto del carnevale, che a Gavoi veniva rappresentato
da Tiu Zarrone, poi evoluto in Zizzarrone, un fantoccio che veniva fatto girare
per il paese in groppa ad un asino o sulle spalle di una persona. Il corteo
di persone che accompagnava Zizzarrone passava per le vie suonando su Tumbarinu
(il tamburo) su Triangulu (il triangolo) e su Pippiolu (il piffero) e bussando
alle porte delle abitazioni richiamavano l'attenzione dei proprietari che avrebbero
dovuto offrire Su Humbidu (l'invito), questi ultimi vedendo Zizzarrone pronunciavano:
"Suni harribande
sos
de su harrasehàre, itte l'amus a dare, itte l'amus a dare a su harrasehàre…"
(stanno arrivando quelli del carnevale, cosa gli daremmo, cosa gli daremmo a
quelli del carnevale) e il corteo rispondeva: "Lardu sartizza e pane…e binu
po imbriagare…" (lardo salsiccia e pane… e vino per ubriacarci…). Zizzarrone
continuerà a girare lungo le vie del paese per tutto il carnevale, per finire
condannato al rogo su merhulis de lessia (il mercoledì delle ceneri). L'origine
della tradizione è sconosciuta, si suppone che
l'offerta
sacrificale risalga a riti di divinità pagane, antecedenti il cristianesimo.
Il Dio pagano per cui si svolgeva il rito non poteva essere che Dionisio, misteriosa
divinità legata alla fertilità che doveva morire per poi rinascere dopo il riposo
invernale. A Gavoi il Carnevale si differenzia dagli altri della Barbagia, in
una variante chiassosa e allegra, ma rappresenta sicuramente ciò che resta di
un antico rito crudele che prevedeva offerte sacrificali per domandare alla
natura di ridestarsi dopo l'inverno. Zobia Lardazzola (giovedì grasso) Sa sortilla
de sos tumbarinos, da tutti i rioni del paese si riversano, nella piazza della
parrocchiale, una folla di sonadores (suonatori) che percuotono all'unisono
una marea di tamburi al ritmo del ballo sardo, dove prenderà il via la sfilata
che percorrerà tutte le vie del paese. Lo scorso anno erano circa 500. Il nome
del giovedì grasso detto in Gavo
ese
Zobia Lardazzola, si riferisce al fatto che per l'occasione venivano cucinate
le fave con il lardo (fà e lardu) aromatizzate con finocchio selvatico. La festa
proseguirà fino a notte fonda condita da vino rosso e dolci tipici.
GLI STRUMENTI MUSICALI ARCAICI
Sos Tumbarinos (i tamburi)
Per la realizzazione dei tamburi vengono utilizzate le pelli di capra, dopo
una particolare lavorazione. La pelle veniva cosparsa di cenere bagnata (S'alessia)
e sepolta sottoterra per un periodo di otto, dieci giorni. Questa operazione
serviva per imputridire i peli che con una leggera pressione si staccavano lasciando
la pelle liscia. Una volta pulita dai peli e dai residui di grasso la pelle
veniva tagliata a forma circolare e venivano applicati dei cerchi in legno (Sas
Hostas), i quali venivano fissati mediante delle stri
nghe
in pelle alla cassa di risonanza ottenuta con un vecchio setaccio. Infine si
applicava nella parte posteriore del tamburo Sa Hordedda, una treccia fatta
con il crine del cavallo alla quale viene fissata una spilla da balia, che ad
ogni percussione da Sos Mazzuccos (le bacchette) provoca una sorta di ronzio.
Su Triangulu (il triangolo) E' ottenuto con un pezzo di ferro accidioso lavorato
alla forgia e gli viene data la forma del triangolo, ma con la particolarità
delle punte ripiegate a ricciolo verso l'esterno. Su Pippiolu (il piffero) Si
ottiene dalla lavorazione di un pezzo di canna, con l'introduzione all'interno
della sommità, di un pezzo di sughero appositamente sagomato. Solitamente vengono
praticati quattro fori tondi che fungono da tasti e uno rettangolare da dove
fuoriesce la musica. Su Tumborro Questo particolarissimo strumento fa parte
degli strumenti musicali arcaici, è stato riesumato dopo circa 200 anni dalla
sua scomparsa grazie alla passione per gli strumenti musicali di un artigiano
Gavoese, Michele Pira, titolare del museo Jocos di Gavoi, che conserva all'interno
una particolare e preziosa collezione di strumenti musicali, giochi, oggetti
e costumi Sardi. Su Tumborro è costruito con una canna palustre lunga circa
un metro e mezzo, nella sommità viene fissata una grossa vescica di maiale,
che gonfiata forma un pallone che funge da cassa di risonanza, alla quale viene
poggiata un esile corda, ottenuta con il crine di cavallo, della stessa lunghezza
della canna. Su Tumborro viene suonato sfregando la corda in crine con un pezzo
di legno dentellato.
I DOLCI DEL CARNEVALE
Sos pilichittos de gaddaredda
Sono fatti con un impasto di semola di grano duro, vengono poi fritti nell'olio d'oliva o nello strutto di maiale e poi immersi in un amalgama di miele e zucchero. La loro forma finale assomiglia ad un piccolo rombo.
Sos Pilichittos de ozzu
Sono fatti con un impasto di semola di grano duro, uova e strutto e venivano aromatizzati con scorze grattugiate di limone o arance poi fritti nell'olio d'oliva o nello strutto. La treccia è la forma finale.
Sos Pilichittos de degheotto ovos
Sono fatti con un impasto di fior di farina, uova un bicchierino di anice e olio d'oliva, vengono cotti al forno e ricoperti con una glassa di zucchero, anice e acqua.
Sos Pilichittos bodios
Sono fatti con un impasto
di fior di farina, acqua e strutto, si cucinano a forno e sono ricoperti con
la glassa. La forma finale è quella del bignè.
Inoltre per l'occasione si preparano:
Sas Zippulas (le zeppole)
Fatte con farina, latte,
uova e lievito e aromatizzate con acquavite. Vangono poi fritte nell'olio d'oliva
o nello strutto.
Sa Paladina (la gelatina)
E' preparata raffinando il brodo a base di piedi e orecchie di maiale sotto sale e viene condito con aceto, pepe e sale.
CARNEVALE DI BOSA
"KARRASEGARE OSINKU"
Anche quest'anno, con
il programma "Tradiziones", l'Amministrazione Comunale si propone
l'attuazione
di una serie di iniziative intese a valorizzare il Carnevale, vale a dire uno
degli appuntamenti che
meglio caratterizzano lo spirito e le tradizioni bosane. Il Carnevale di Bosa
offre all'osservatore uno spettacolo incredibilmente ricco, vario, fantasioso,
esilarante, il cui alto livello artistico è senza dubbio frutto di un lavoro
di generazioni, che, consapevolmente, hanno conferito a questa celebrazione
il segno distintivo di una appartenenza etnica. Il Carnevale è un periodo di
disordine istituzionalizzato, un complesso di riti di rovesciamento ma anche
una festa di aggressione, di distruzione e di dissacrazione. Nel Carnevale di
Bosa, gli aspetti parodistico-satirici sono molto numerosi e permettono di rilevare
sia il gusto per la narrazione e la messa in scena di fatti ritenuti devianti
sulla vita delle persone, sia la protesta verso i centri di potere. Come in
tutta la regione della Planargia, a Bosa, l'intero ciclo del Carnevale viene
denominato Karrasegare. Tale termine viene ugualmente impiegato per indicare
i tre giorni finali e più importanti della festa: domenica, lunedì e martedì
di carnevale. Si inizia con la questua di lardazholu che si svolge il giovedì
precedente il Giovedì Grasso. Inizia alle prime ore del mattino e termina la
sera tardi. Gruppi di giovani vanno in giro per la città mascherati, co
n
il volto annerito con fuliggine con una croce di colore rosso tinta sulla fronte
e la giacca al rovescio. Essi, improvvisando canti satirici, questuano nei negozi
di generi alimentari, a casa di parenti e di amici ricevendo in cambio cibi
e bevande. Ma la festa di carnevale si concentra, in modo intenso, negli ultimi
giorni. In questa occasione si raggiunge la massima esplosione di euforia collettiva.
Le rappresentazioni sceniche si attuano satireggiando se stessi e gli altri,
attraverso canzoni satiriche,
utilizzando
come motivi le sollecitazioni che provengono dalla realtà locale. Lungo tutto
il periodo di carnevale, a Bosa, risultano pubblicamente satireggiati i fatti
e le persone che, nel corso dell'anno, hanno dato luogo a "scandali" o a comportamenti
ritenuti al di fuori della consuetudine. Due maschere particolari sono protagoniste
del Martedì Grasso: la maschera del lamento funebre e la maschera di Gioldzi.
La prima compare dalla mattina fino alle prime tenebre; è la maschera di una
donna che esegue il lamento funebre (attittidu) di argomento satirico e con
chiare allusioni sessuali. Ogni gruppo i maschere dell'Attittidu porta con se
una pupattola di stracci o un bambolotto in molti casi smembrato di una gamba
o di qua
lche
altra parte del corpo. Durante i lamenti si cerca di attirare l'attenzione dei
passanti e delle altre maschere sulle precarie condizioni di salute e sulla
fame patita dalla pupattola-figlia, chiedendo del latte. Questo avviene senza
rimproveri verso lo sregolato comportamento della madre, anzi rimarcando il
suo disinteresse come normale, rispetto alla norma dell'interesse e delle responsabilità
materne. Il Gioldzi, invece, comincia le apparizioni in tarda serata, fino alle
ore piccole della notte. E' realizzata con un lenzuolo per mantello e con una
federa per cappuccio, esprime la personificazione del carnevale che sta per
finire. I cortei dei carri allegorici e dei gruppi di maschere di critica sociale
continuano a sfilare fino a sera. Alle prime ombre, si assiste a un mutamento
di scena: tutti rientrano a casa; avviene una sorta di interruzione della festa;
le maschere apparse nell'intera giornata scompaiono. Ma il vuoto dura non più
di un'ora; u
n
lasso di tempo durante il quale cala il buio della notte e si compie un'importante
operazione: il cambio di maschera di Gioldzi. Come abbiamo già accennato prima
gli indumenti di questa maschera sono molto semplici è ha il viso dipinto di
nero con fuliggine di sughero. Porta con sé un lampioncino
di carta del tipo veneziano, oppure un cestino tradizionale, in vimini e canne
(pischedda), all'interno del quale c'è una candela. Quando ormai è notte fonda,
esplode uno spettacolo festivo esilarante che coinvolge tutti, mascherati e
non. La piazza principale e le vie della cittadina sono affollate di maschere
di Gioldzi; La caratteristica dei Gioldzi è quella di correre da un punto all'altro
senza restare mai fermi; in questo modo, lo svolazzare dei mantelli bianchi
dà l'impressione che tutti intorno aleggino tanti fantasmi.