Novembre
DA GUSPINI A MONTEVECCHIO
Situato nel
settore
nord-occidentale della provincia di Cagliari, Guspini è facilmente raggiungibile
sia
per chi proviene da Cagliari,
percorrendo la S.S. 131
e svoltando all’altezza di Sanluri, sia per chi proviene da Oristano, seguendo
sempre la Carlo Felice per svoltare, sulla destra, all’altezza di Marrubiu.
Nelle campagne antistanti Guspini, in località Perdas Longas, sorgono due menhirs
raffiguranti, il primo, la Dea Madre, chiamata dai locali Sa Sennoredda, e il
secondo rappresentante il Dio Toro, riconducibili al IV-III millennio a. C.
Nel primo, alto 260 cm., altre testimonianze del periodo prenuragico sono le
domus de janas di Brunku sa Grutta, Nureci e Monte Santa Margherita. Alla civiltà
nuragica sono riconducibili circa 45 nuraghi, tra i quali i più significativi
sono il nuraghe Melas, il S’Aurecci e il Brunk’e S’Orku. La fortezza nuragica
di S’Aurecci si trova su un promontorio ad ovest del nuraghe Melas, presenta
quattro torri, in parte ancora integre, unite da una cinta muraria che cinge
un villaggio di forma ovoidale. Databile al 535 a. C., la fortezza è stata frequentata
dai Cartaginesi e dai Romani che la usarono come avamposto per la sua vicinanza
all’area mineraria di Montevecchio. Il complesso, riferibile al 1200-900 a.
C., è formato da sei torri ciclopiche, cinque minori e una centrale. Vicino
al centro urbano passava la strada che univa Tibulas a Sulcis, mentre all’interno
sorgevano le Grandi Terme di cui si conserva un ambiente di forma rettangolare
con volta a botte. Durante il medioevo e fino al XVIII secolo, le Grandi Terme
sono state adattate a luogo di culto dedicato alla Vergine di S. Maria de Nabui.
Neapolis
viene abbandonata e, all’interno, in luoghi più sicuri, sorgono i nuclei di
Bangius, Urradili e Guspini. Nel XIV secolo, Guspini diventa la capitale della
curatoria di Bonorzuli, Giudicato di Arborea. Con l’arrivo dei Piemontesi le
miniere riprendono a lavorare a pieno ritmo tanto che nel 1847 le miniere del
guspinese si distinsero per la loro produzione e organizzazione. Nella piazza
XX Settembre, al di sopra di una scalinata, sorge la Parrocchiale di S. Nicolò,
eretta nei primi decenni del 1600. Originariamente era a due navate, ma nel
1800 venne modificata nella forma attuale con otto navate, la sagrestia e l’altare
maggiore. La faciata presenta un magnifico rosone central di stile gotico e
la torre campanaria del XVII secolo. All’interno l’altare maggiore in marmo
del XVIII secolo, tre statue marmoree dei primi del ‘900, sculture ligneee e
splendidi tesori d’antiquariato.Verso la metà del XVII sec., Nella strada che
conduce alla Marina di Arbus, si staglia imponente il Monte Arcuentu, caratterizzato
da spettacolari affioramenti basaltici e rifugio ideale per cinghiali, volpi,
martore, gatti selvatici e il raro cervo sardo, mentre è stata segnalata la
presenza dell’acquila del Bonelli, dell’acquila reale e di molti altri rapaci.
La visita di Guspini e del suo territorio non può che concludersi a Montevecchio
per immergersi totalmente nella storia e nelle vicissitudini delle nostre miniere
e di chi ci lavorava sino ad arrivare, talvolta, alla perdita della propria
vita.Situato a circa 9 Km da Guspini, in località Gennas Serapis, Montevecchio
attualmente conta circa 4900 abitanti, ma nei periodi di maggiore attività è
arrivata ad avere più di 3.000 abitanti. La struttura che più colpisce è la
costruzione neoclassica della direzione della miniera edificata nel 1877, di
particolare pregio per le decorazioni Liberty del porticato interno e la stupenda
sala delle cerimonie al secondo piano.
SANLURI
LA SAGRA DI SAN MARTINO
Anche quest’anno a Sanluri,
dall’11 al 14 novembre si festeggia San Martino.Situato nella piana del Campidano,
a 45 km da Cagliari, lungo la S.S. 131, Sanluri è un grosso paese agricolo di
origine medioevale. Numerosi i nuraghi individuati nella zona e gli insediamenti
punici e romani. Durante il medioevo era conosciuto con il nome di Sellori e
apparteneva al giudicato di Cagliari. All’inizio del XIV secolo divenne capoluogo
della curatoria di Nuraminis in questo periodo fu costruito il castello detto
di Eleonora d’Arborea che, insieme al paese, venne in possesso del giudicato
di Arborea. Perduto in seguito alla battaglia di Sanluri (30 giugno 1409), vinta
dal re aragonese Martino il Giovane, passò pertanto a questi ultimi. Il castello
fu riconquistato dal marchese di Oristano Leonardo Alagon, ma dopo alterne vicende
passò definitivamente agli Aragona. Oggi appartiene ai conti Villasanta che
lo hanno restaurato e vi hanno aperto il Museo risorgimentale Duca d’Aosta.
Nell’interno cimeli medioevali, napoleonici, autografi di D’Annunzio,
interessanti
dipinti. La chiesa di San Pietro, del XIV secolo, è a due navate con un campanile
a vela e campane del 1577, mentre la cinquecentesca chiesa gotico-aragonese
è frutto del resturo di una precedente chiesa trecentesca. La parrocchiale di
Nostra Signora delle Grazie, costruita tra il 1781 ei 1786, è di stile barocco
e sorge sui resti di una vecchia chiesa gotico-aragonese di cui si
conserva
la aprte inferiore del campanile. All’interno, a tre navate, si conserva un
dipinto della Madonna dell’Anima di Giovanni Marghinotti, un Crocifisso in legno
del Quattrocento e due tele raffiguranti San Sebastiano e Sant’Antonio da Padova
di Raffaele Arui. Il convento dei Cappuccini e la chiesa di San Francesco furono
costruiti nel Seicento. La chiesa di San Martino dove si svolge la sagra è ubicata
alla periferia del paese. Costruita nel 1200, nel 1500 venne ristrutturata,
riattivata e completata con la costruzione di un loggiato, forse come intercessione
del Santo contro gli orrori della peste. Per secoli la chiesa è stata meta di
devoti che chiedevano di ottenere dal Santo la guarigione dei propri animali
e di viandanti e mendicanti che trovavano riparo nel loggiato, ma alla fine
degli anni settanta, per via delle intemperie e dei vandali, l’edificio si presentava
ridotto ormai ad un rudere. La devozione per il Santo e il desiderio di valorizzare
un bene appartenente al patrimonio artistico, storico e culturale del Paese
e soprattutto legato alla memoria dei Sanluresi e alle loro tradizioni ha portato
un gruppo di cittadini a riunirsi in comitato per riportare al suo originario
splendore la chiesetta e il loggiato di cui restavano ormai due colonne in pietra,
grazie anche alla collaborazione di tutto il paese, delle amministrazioni comunali,
della Pro-Loco e del Parroco. L’opera di restauro, svolta seguendo le direttive
della Sopraintendenza alle Belle Arti e i consigli di architetti e maestri di
tale mestiere, è quasi giunta al termine; si dovranno sostituire le porte e
intervenire per il recupero, la manutenzione e la protezione delle pietre dei
muri.In questi giorni di festa si mangiano fave e malloreddus cucinati secondo
la tradizione locale, si possono gustare tanti tipi di dolci e si festeggia
con l’accensione del tradizionale “Fogadoni de Santu Matì”, un grande falò preparato
nel piazzale antistante la chiesa). Si mangia, si beve, ci si diverte e si cerca
di far conoscere e ricordare i sapori del passato, il tutto in un’atmosfera
di semplice Festa Rionale.
LURAS
LA SUA STORIA IL SUO TERRITORIO
Quanti
decidono per un'escursione nell'Alta Gallura, alla ricerca di valli ombrose
alle pendici del Limbara, attraversano inevitabilmente il territorio di Luras.
L'adeguamento della vita e
del
lavoro alle moderne esigenze non ha intaccato l'amore per le antiche occupazioni,
a cui ci si dedica con immutata cura. Per questo i vini locali mantengono inalterato
il profumo della terra, nonostante le varità più diffuse, Nebbiolo, Vermentino
e Moscato, siano ormai apprezzati anche oltre i confini sardi, grazie anche
all'impegno appassionato della "Confraternita Nebiolo di Luras" che cura la
promozione dei vini e dell'enogastronomia locali. I suoi "tesori" Luras li custodisce
gelosamente al suo interno. Mentre ci incamminiamo per i vicoli medievali del
centro storico, che si inseguono l'un l'altro in un dedalo di viuzze, stupisce
la semplicita' delle linee architettoniche impreziosite da particolari caratteristici.
Ringhiere in ferro battuto, capitelli, stipiti e portali in granito lavorato
a mano: piccoli capolavori di pazienza. Primo e unico museo etnografico in Gallura
e' impostato sulla fedelissima ricostruzione degli ambienti tipici della civiltà
gallurese tra la fine del '600 e la prima metà del nostro secolo: viticoltura/vinificazione,
agricolutra/pastorizia, tessitura, lavorazione del sughero e ambiente domestico
con sala da pranzo, cucina e camera da letto. Lo spirito riservato e cordiale
del paese
si incontra anche nella maggioranza dei suoi abitanti, tanto aperti quanto legati
alle proprie tradizioni. Ne fa fede la conservazione della parlata logudorese
all'interno di un territorio in cui, probabilmente ad opera dei còrsi, alla
lingua originaria si è sovraposto il dialetto gallurese. Il Billella sorge in
un campo coltivato, il dislivello fra i piani di posa delle pareti del dolmen
è di cm. L'Alzoledda è il più semplice dei quattro conosciuti nel territorio,
ma particolarmente esemplificativo della essenzialità di questo tipo di architettura,
il monumento è costruito sul versante est di una bassa emergenza granitica,
appoggiato in una concavità naturale della roccia. Nel XVI sec. le pestilenze
che colpirono la zona indussero gli abitanti dei villaggi vicini, segnalati
in antichi registri, a rifugiarsi nell'attuale borgo. Del villaggio che sorgeva
presso SILONIS, anche questo un toponimo originale, restano alcune rovine non
facilmente accessibili oltre ad un'inconsueta concentrazione di piccole chiese
raccolte in poco più di un chilometro: San Leonardo, Madonna delle Grazie, e
San Pietro. Un'altro villaggio era nei pressi dell'attuale bacino artificiale
del Liscia, nella zona di Carana, altro nome antico. Oltre all'insolito panorama
lacustre che la diga ha creato, c'è proprio di fronte al lago, un'autentica
meraviglia della natura assolutamente da ammirare. Vicino alla chiesetta campestre
di Santu Baltolu, Santu Nigola e Sant'Iglianu un breve viottolo si immerge nella
macchia mediterranea sbucando su un campo al cui centro si erge maestoso un
enorme olivastro (Olea europea L.) plurisecolare, l'albero più vecchio d'Italia
(circa 4.000 anni), a poca distanza un'altro più piccolo fra mostra di sè.