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Settembre



BOSA
NOSTRA SIGNORA DI REGNOS ALTOS


Situata nella parte occidentale della Sardegna, sulla destra del fiume Temo, Bosa è facilmente raggiungibile dalla S.S. 131 con deviazione all’altezza di Macomer. L’antica Bosa, ricordata da Tolomeo e dagli Itinerari in modo poco preciso, ebbe origine cartaginese, ma assai prima, nel suo territorio, sorsero costruzioni nuragiche e tombe preistoriche di cui non rimane traccia. Nel medioevo i Malaspina vi eressero il Castello di Serravalle.Sulla riva sinistra del Temo si trova la chiesetta di S. Antonio, del sec. XV, adattamento locale delle forme gotico-aragonesi. Da qui, una strada asfaltata che costeggia il Temo porta, dopo 2 Km, alla chiesa di S. Pietro Extramuros, situata in pittoresca posizione presso il fiume. Vennero eretti l’abside e il campanile, mentre del XIII sec. sono il bel prospetto, parte del fianco nord e le prime campate. Da qui parte il caratteristico corso Vittorio Emanuele, fiancheggiato da alte case con graziosi balconcini e interrotto da archi che immettono nelle viuzze adiacenti. Alla fine del corso si trova la chiesetta del Rosario, con il grande orologio sporgente e, in cima alla facciata, il piccolo caratteristico campanile.Partendo dalla piazzetta dell’Episcopio, sul fianco sinistro della Cattedrale, e salendo una ripida gradinata, si giunge in cima al Castello di Serravalle, eretto secondo alcuni nel 1112, secondo altri nel 1221 dai Malaspina, e di cui rimangono le mura e le torri. All’interno delle mura si trova la chiesetta quattrocentesca di S. Giovanni del castello, detta Nostra Signora de Sos Regnos Altos. Il Sabato precedente la festa vera e propria, il simulacro della Madonna, adorna di gioielli, viene portata dalla chiesetta situata all’interno del castello fino alla Cattedrale, attraversando tutta sa costa con fermate obbligatorie presso piccoli altari, gli altarittos, votivi alla Madonna. Il simulacro della Madonna rimane in Cattedrale sino all’indomani pomeriggio, quando viene riportata al castello seguendo un percorso più breve e senza soste negli altarini. La caratteristica principale di questa festa sono le tavolate che vengono allestite presso le abitazioni private e i punti commerciali proponendo ad amici ed avventori i piatti tipici della cucina locale quali fave con carne e lardo, agliate di pesce, salsicce innaffiate dal nero e robusto vino locale e dalla malvasia. Lo svolgimento della sagra è curato dall’Associazione di Nostra Signora di Regnos Altos, fondata nel 1910. Essa comprendeva due rami, quello femminile che curava il decoro delle chiese, il ricambio degli arredi sacri, la visita agli ammalati e l’assistenza ai più poveri, mentre quello maschile curava l’organizzazione della festa all’interno del castello, l’allestimento delle barraccas che fungevano da punti di ristoro e l’illuminazione delle strade di accesso al castello. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’associazione si sciolse per ricostituirsi nel 1971. Attualmente il ramo femminile cura l’aspetto religioso della festa, mentre per l’arredo delle vie interessate alla processione provvede in parte il consiglio direttivo dell’associazione e in parte i residenti che hanno la casa a sa costa.



BORTIGALI
SANTA MARIA DI SAUCCU

 

Situato ad anfiteatro ai piedi del monte trachitico di Santu Padre ad una altezza di 510 metri, Bortigali è facilmente raggiungibile imboccando il bivio Macomer-Nuoro al Km 142 della S.S. 131. Il suo territorio è ricco di itinerari di notevole interesse, alcuni dei quali tracciati e valorizzati a cura del Comune, della Pro Loco e della sottosezione del CAI. Da segnalare il Sentiero Natura, da Bortigali a Mulargia, che, attraverso un percorso ricco di importanti emergenze naturalistiche, permette di visitare anche i più significativi monumenti archeologici per giungere infine alla frazione di Mulargia, piccolo borgo rurale che deve il suo nome alla mole di cui sin dal periodo romano era centro di produzione. Altro itinerario è il sentiero Bortigali- Santu Padre, che, passando per zone di superba bellezza paesaggistica, raggiunge la vetta del monte S. Padre, da cui si può osservare un paesaggio mozzafiato che abbraccia buona parte della Sardegna sud-occidentale, dai monti del Gennargentu al mare di Oristano e Bosa e nelle cui falesie soggiornano stagionalmente alcune colonie di grifoni. Chi arriva a Bortigali non può non visitare il centro storico, perdendosi nelle stradine col caratteristico selciato, alla scoperta delle vecchie architetture rurali, ingentilite e ornate da portali e architravi catalano-aragonesi, dei palazzi borghesi del Corso Vitt. Emanuele, delle sue chiese. Nel solo centro abitato se ne contano sei, - la parrocchiale di S. Maria deglia Angeli, il Rosario, S. Palmerio, S. Croce, S. Giuseppe e S. Antonio, tutte ben conservate e ricche di beni artistici come i quattro bellissimi quadri del Retablo della chiesa parrocchiale attribuibili alla scuola del Maestro di Ozieri.Nel territorio di Bortigali si contano ben 41 nuraghi di cui una decina del tipo a corridoio e i rimanenti del tipo a torre, semplici e complessi; 10 domus de janas, 2 dolmen e 2 tombe di giganti. Il monumento più rilevante è il maestoso nuraghe Orolo, (raggiungibile sia a piedi col sentiero Natura, sia in macchina dalla provinciale per Mulargia), composto da una torre centrale a due piani e da un corpo aggiunto bilobato. Numerose sono le feste che a Bortigali scandiscono quasi ininterrottamente il decorrere delle stagioni. Si inizia a gennaio con la festa di S. Antonio Abate, con l’accensione della tuva, il tronco cavo di un grosso albero, per proseguire a Pasqua coi riti della Settimana Santa (si effettuano tutte le classiche cerimonie di tradizione spagnola, dalla processione delle palme a s’iscravamentu e s’incontru, che assumono grande risalto per la presenza viva delle confraternite delle Anime, del Rosario e di S. Croce), ad Aprile con la festa in onore di S. Marco, a Ferragosto con la festa in onore dell’Assunta, per concludersi con la festa di settembre in onore di S. Maria de Sauccu. Nel villaggio di S. Maria, formato da una cinquantina di muristenes (le case che accolgono i pellegrini), si svolgono le tradizionali novene, con momenti dedicati alla fede e altri al divertimento (musica, balli e abbondanti libagioni).

 

CAGLIARI
LA NECROPOLI DI TUVIXEDDU

 

Situata nella parte alta di Cagliari, sul colle che sovrasta il quartiere di S. Avendrace, la necropoli punico-romana di Tuvixeddu è facilmente raggiungibile da via Falzarego. Tra la fine dell’VIII sec. a. C. e l’inizio del VII, i fenici fondarono la città di Karali, a ridosso dello stagno di S. Gilla. Ma presto, nel VI sec. a. C., le colonie fenicie furono assorbite da Cartagine, che le adoperò come mezzo di sfruttamento dei giacimenti minerari dell’Isola e come centri di espansione nel paese. E’ a questo periodo che risale la realizzazione della necropoli sul colle di Tuvixeddu. Dal periodo romano sino agli anni 60, la roccia di cui è costituito il colle veniva usata per la produzione della calce, per cui è possibile vedere anche in sezione le tombe a pozzo. Profonde sino a 4,5 metri, per evitare violazioni da parte di estranei, hanno la forma di un parallelepipedo, alla base del quale, nella parete frontale, si prolunga una piccola stanza dove veniva depositato il defunto. Le pareti del pozzo presentano delle sporgenze lineari che servivano, dopo la chiusura della cameretta, per la posa di lastre in pietra che lo sigillassero ancora meglio e piccole cavità simmetriche, sempre lungo le pareti, come punti d’appoggio per i piedi per facilitare la discesa. Sulla parte anteriore del pozzo o immediatamente sopra l’architrave della porticina d’ingresso della camera, sono incisi dei simboli quali la protome taurina, le palmette, o il simbolo di Tanit, la dea punica, che, secondo le convinzioni religiose di quel popolo, servivano a scacciare gli spiriti maligni, a spaventare eventuali violatori o a impetrare la rinascita nella vita ultraterrena. Le camerette misurano all’incirca 2 metri per 60 cm. e hanno il loculo scavato nel pavimento, oppure il semplice pavimento dove veniva deposto il corpo del defunto, avvolto solo da un lenzuolo, oppure dentro una cassa di legno o coperto con una grande tavola. Nelle tombe si sono rivenuti amuleti, ciotole, piatti, anfore e oggetti di uso quotidiano legati alla professione del defunto. Una lucerna accesa veniva deposta accanto al defunto prima che si chiudesse la cella con la lastra di pietra.Spesso sono presenti uno o più banconi funerari, chiamati arcosolio, intagliati nella roccia, sovrastati da un arco, anch’esso ricavato nella pietra, dove si deponeva il personaggio importante della famiglia. A Tuvixeddu esistono parecchie di queste tombe, sia all’estremo nord del colle, dove sono state ampliate e fornite di colombari alcune tombe puniche, sia a mezza costa dove si trova la tomba del nobile romano Caius Rebellius Clytius, con un arcosolio e nicchie per le urne. Di fianco a questa altre tombe a colombari e/o ad arcosoli, purtroppo tutte in stato di totale abbandono.Una parte del colle era utilizzata anche per abitazioni come hanno testimoniato i resti, ormai scomparsi, di due edifici risalenti all’età romana, ma che, per le decorazioni dei pavimenti con il simbolo della dea Tanit presenti nel primo e la tecnica costruttiva del secondo, risultano essere legati a tradizioni puniche.Quando Karalis crebbe di importanza e nella popolazione, sorse l’esigenza di dotarsi di un acquedotto che, partendo da Villamassargia, portasse l’acqua nel centro abitato.L’acquedotto venne costruito nel II sec. d. C. e, arrivato in città, si sdoppiava in due rami, quello meridionale arrivava nell’attuale Viale Trento, mentre quello settentrionale tagliava il colle Tuvixeddu per poi approvvigionare la parte orientale della città sino all’attuale Piazza S. Saturnino.Nella necropoli di Tuvixeddu il canale dell’acquedotto interseca almeno quattro tombe puniche ed è tuttora visibile per alcune decine di metri nella parte della necropoli che presenta le tombe in sezione.